Riflessioni tra la vita e la pazzia

sissi vita e pazzia

Silvia è sparita. È questa la sensazione quando penso a lei. Tutti i giorni. E la fatica è grande. Incommensurabile. La cosa strana è che se mi guardo dentro, ma proprio nel profondo di me, dei miei pensieri, della mia anima (…) sfioro la certezza che esiste ancora. Ed è l’unica cosa che ti fa andare avanti. Non è una sensazione umanamente percettibile. Il verbo “sentire” non dice realmente quello che accade. “Sento la sua presenza…” non è così. Servirebbe un verbo che non esiste ancora, che probabilmente non può esistere per comunicare umanamente quello che accade dentro di me. Perché non è di questo mondo. A volte credo che il tentativo di sperarla da qualche parte sia un modo per attenuare il dolore della sua sparizione. Per frenare quei pensieri che ti portano a pensare cosa avresti fatto con lei, cosa avrebbe fatto lei, cosa avrebbe fatto questa estate con le sue amiche, con i suoi fratelli, cosa avrebbe deciso per il prossimo anno universitario, come si sarebbe vestita e così via. Ma lei non c’è più. E continuo a farmi domande su domande che cominciano con quel “se” dandomi delle risposte che fanno male, malissimo. Poi, per attenuare il dolore, mi fermo, respiro, e mi dico che quello era il suo tempo. Senza ma e senza se. Ed è dura, durissima. E mi chiedo perchè, perchè lei e non qualcun altro.

Ma se ti guardi intorno è così. Solo che se non tocca a te non te ne accorgi, o meglio decidi di non volertene accorgere. Chi è sparito sulla rambla. Chi è sparito sotto le macerie. Tutti i giorni sparisce qualcuno. Giovane e non più giovane. A caso. Ma non ci si vuole accorgere, basta che non tocchi a noi. E non ti interroghi sul senso. In realtà non puoi farlo anche per tutela.

E il mistero dirompe. Si perchè che lo vogliamo o no, è un mistero la morte. Non sappiamo nulla. O meglio …. anche in questo caso il verbo “sapere” non è quello giusto. Ma non ne abbiamo un’altro. Non c’è un verbo che possa descrivere una conoscenza che non è di questa dimensione.

Non so se riesco a comunicare quello che vorrei… è complicato. Ma scrivere di questi miei pensieri, a me serve, e quindi lo faccio. Condividere certe sensazioni fa bene. Non cerco risposte perché non ce ne sono, il solo atto dello scrivere su un argomento cosi complesso e anascientifico (parola inesistente ma che mi piace come suona!), comporta l’esistenza dell’argomento stesso.
Questo… secondo me ….ovviamente!  E questo mi piace. E mi da speranza.

In questi casi, su questi argomenti, appartenere ad una religione o ad un credo, fermamente, aiuta a dare risposte più o meno definitive. Ma vivere queste situazioni….. ben altro è viverle! Perché, in quel momento, metti in discussione tutti e tutto. E che tu lo voglia o no, ti puoi affidare solo a te stesso, a quello che provi, a quello che “senti”, a ciò che in qualche modo percepisci. E devi ascoltarti, profondamente. Solo li dentro, dentro quel qualcosa di te che non sai descrivere, trovi una qualche risposta e ti affidi. Io ho sempre affermato che non può finire tutto con la morte, perché non avrebbe senso la vita. E questo pensiero è li, dentro di me, e so che non è una scusa. Ma non è neanche una certezza intesa come la possiamo intendere noi qui sulla terra: se metto una mano sul fuoco mi brucio e provo dolore. No, non è di questo tipo. E’ qualcos’altro, che non è descrivibile a parole.

“Gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, la vita li costringe ancora molte altre volte a partorirsi da se” ((Gabriel Garcìa Màrquez) Frase “rubata” a Daniela Lucangeli che indosso a pennello in questo momento della mia via)

Io sono già stata partorita tante altre volte. Ma sento fortissimo la mia nuova vita cominciata il 17 aprile 2017. Quando c’è un evento di natività c’è un prima e un dopo. Quando si diventa madri, per esempio, il calendario cambia. Ti ricordi eventi e situazioni mettendole in relazione a quando c’era il pancione, a quando tuo figlio andava alle elementari ecc ecc, e richiami alla memoria date e momenti in base a quello. È così: ogni parto che tu affronti, che sia tu ad essere nuovamente partorita o uno dei tuoi figli, determina un nuovo inizio, che presuppone la fine di qualcos’altro. Fine non necessariamente connotata in senso negativo.

E anche Silvia è stata partorita nuovamente il 17 aprile.

Ci sono tante persone che amo e stimo che ci credono davvero. E io mi fido di loro. Solo di pochi. Solo pochi sono veramente sinceri. Ma mi bastano. Mi aiutano. Mi sostengono. Non ci parlo tutti i giorni. Anzi non ci parlo affatto perché lontani o spariti! Ma non posso non pensare a quello che mi hanno detto, insegnato e dimostrato con il loro esempio vero, reale, concreto, tangibile su questa terra.

E io voglio crederci. Non per sollievo ma perché è così, anche se non lo posso dimostrare.

Buona giornata.

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